Flash news, le notizie in primo piano da San Marco in Lamis Web
Avviso ai naviganti... Prossima chiusura del blog

Avviso ai naviganti... Prossima chiusura del blog

Per cause di forza maggiore, non dipendenti dalla diretta volontà del webmaster, si avvisano i navigatori che a partire da ...

Leggi tutto e commenta l'articolo

Personaggi: Bambina Liberatore

Personaggi: Bambina Liberatore

Bambina Liberatore, nasce  il 19 agosto del 1951 a  San Marco In Lamis. Figlia di  Giggine "Cristaredde" (vedi « Festa ...

Leggi tutto e commenta l'articolo

E dal Gargano non sanno più dove portare l’immondizia… “Gli struzzi”

E dal Gargano non sanno più dove portare l’immondizia… “Gli struzzi”

Tutti ci lamentiamo per il problema dei rifiuti, in tutte le Regioni, in tutti i Comuni e sono ormai anni. ...

Leggi tutto e commenta l'articolo


Le origini e il periodo Benedettino

Dicono che il primo nucleo di San Matteo fosse costituito da una chiesetta attorno a cui una tettoia, o un cortiletto coperto, alloggiavano i pellegrini abruzzesi e molisani diretti alla grotta di San Michele. Non c’è niente di scritto, ma i pochi ruderi di muri e cisterne arroccati attorno al convento fanno pensare che la tradizione sia fondata. In effetti il Santuario è a meno di una giornata di cammino da Monte Sant’Angelo ove verso il 490 d.C. avvenne la prodigiosa Apparizione dell’Arcangelo S. Michele; è plausibile, quindi, che i pellegrini, già da tempi antichissimi, utilizzassero il sito, posto sul pendio di mezzogiorno lungo la Via Sacra Langobardorum, al riparo dai venti e ben soleggiato, per riposarsi prima di intraprendere l’ultima giornata di cammino per la grotta di San Michele.

Non se ne conosce la data di fondazione, si sa solo che all’inizio del Millennio il monastero, nato col nome di S. Giovanni (Battista) de Lama o in Lamis, era una realtà già grande e importante dotata di ampi possessi feudali costituiti da un nucleo centrale comprendente il territorio degli attuali Comuni di San Marco in Lamis e di San Giovanni Rotondo e da una moltitudine di possessi sparpagliati in tutta la Puglia. Sono di questa epoca i documenti più antichi che delineano i confini dell’abbazia garantendoli contro tentativi di invasione e usurpazione di feudatari e vescovi.
Da questi documenti si colgono segni interessanti della vita interna e dei rapporti che l’abbazia intratteneva con le autorità, con gli altri feudatari e con i propri sudditi. Era fervente di attività, ricca, stimata dal papa e dalle autorità bizantine e normanne.
Ai Monaci si riconosceva un importante ruolo amministrativo, oltre che religioso e culturale, che assicurava non solo tranquillità economica alla comunità monastica e a quanti erano al suo servizio per la coltivazione dei campi e per la pastorizia, ma anche il possesso integro della proprietà. Durante il secolo successivo l’abbazia di S. Giovanni in Lamis iniziò il suo lento declino. Nel 1177 il re normanno Guglielmo II donava, come bene dotalizio, alla sua sposa Giovanna, figlia di Enrico II d’Inghilterra, l’Honor Montis Sanati Angeli, di cui l’abbazia di S. Giovanni in Lamis e il suo territorio facevano parte.
Con Federico II il monastero venne privato della gestione amministrativa dell’Abbazia e del territorio di San Giovanni Rotondo, fermo restando nelle mani dei monaci la cura spirituale.
Con l’avvento degli Angioini, il monastero fu reintegrato nel possesso feudale di San Giovanni Rotondo, ma le sue sorti non furono più felici.
Il monastero stava soffocando schiacciato dagli opposti interessi di papi e di re, dilaniato da lotte interne, in profonda crisi di identità, avvelenato dalla sua stessa mai risolta ambiguità di fondo di realtà ecclesiastica e feudale, costretta dal suo stesso peso economico e sociale a far continuamente i conti con potenti e prepotenti, e a comportarsi di conseguenza, fino a rischiare di dimenticare i propri valori fondanti, quelli religiosi.
Alla fine del secolo XIII la decadenza fu notevolmente accelerata. Costretto a cedere le sue terre migliori, oppresso dal pagamento di pensioni e balzelli, il monastero si ridusse ben presto a mendicare la sua stessa sopravvivenza.

Il periodo Cistercense

Si pensò che la soluzione migliore fosse unire il moribondo monastero di S. Giovanni in Lamis a quello Cistercense di S. Maria di Casanova, in diocesi di Penne. Questo era stato fondato nel 1197. A cento anni dalla nascita era in piena espansione avendo rilevato, con regolare atto di unione, l’antico monastero benedettino di S. Maria all’Isola sito nell’Arcipelago delle Tremiti.
Le riunioni e i patteggiamenti, condotti sotto la regia di Giacomo Duèse arcivescovo di Frejus e cancelliere del re di Napoli, poi papa col nome di Giovanni XXII, terminarono il 20 febbraio del 1311 con la firma di Clemente V in calce alla bolla con la quale si stabiliva che l’abbazia di S. Giovanni in Lamis, perduta la sua autonomia, veniva aggregata, tamquam filia, a quella cistercense di S. Maria di Casanova, e all’Abate Giovanni di Modena, ultimo Abate benedettino, subentrò l’Abate cistercense Giovanni di Affida.
Fu subito chiaro a molti che l’operazione non era stata cristallina e che la fretta di alcuni passaggi essenziali era sospetta.
Il governo dei cistercensi ebbe breve durata. I ricorsi dei superstiti benedettini “neri” aprirono il tratto più buio e tragico della lunga storia del monastero che si concluse il 7 giugno del 1327, quando il papa Giovanni XXII, scoperta l’infondatezza delle ragioni che fecero decidere Clemente V a operare il cambio di guardia al Monastero di San Giovanni in Lamis, affidò l’amministrazione di tutti i beni badiali al cardinale Matteo Orsini, Arcivescovo di Siponto, eletto per l’occasione Abate Commendatario.
L’istituto dell’abate commendatario, perduto ben presto il suo carattere provvisorio, si consolidò nel tempo dando origine a una lunga serie di personaggi che terminò solo nel 1782 quando il beneficio abbaziale venne dichiarato di Regio Patronato e l’abate commendatario fu privato di ogni giurisdizione.
Seguirono due secoli e mezzo di vita stentata costellata di eventi tristissimi. In questo periodo si perdono le tracce dei cistercensi. Nel sec. XVI il monastero era quasi abbandonato e in pessime condizioni.
Nel 1578 il vecchio monastero fu affidato ai Frati Minori Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia.

Il periodo Francescano

L’affidamento del monastero ai Frati Minori avvenne sulla spinta di una vigorosa ripresa religiosa che vide come protagonisti una nuova generazione di pellegrini che venivano ad aggiungersi a quelli che, dalla più remota antichità, continuavano a passare diretti alla Grotta di San Michele.
Da qualche secolo la chiesa abbaziale di San Giovanni in Lamis ospitava una preziosa reliquia: un dente attribuito all’Apostolo ed evangelista San Matteo. Da tutte le zone di Capitanata e della Puglia innumerevoli gruppi di pellegrini, addirittura intere città, salivano a rendere devoto omaggio a San Matteo. La loro frequenza era tale che anche il nome dell’antica abbazia, San Giovanni in Lamis, venne dapprima affiancato dalla nuova denominazione, San Matteo, e poi da questa definitivamente sostituito.
Da questo momento l’abbazia, divenuta convento francescano, e l’ente ecclesiastico “Badia di San Giovanni in Lamis”, con a capo il suo abate commendatario, col suo feudo, le sue rendite, i suoi processi, le sue giurisdizioni, ecc. vivono due vite parallele ma ben distinte. La convenzione firmata dall’abate commendatario Vincenzo Carafa e dal Ministro Provinciale dei Frati Minori, P. Luigi da Noia, assunta e legittimata dal Breve di Gregorio XIII del 14 aprile 1578, sancisce una svolta radicale nella vita dell’ex monastero benedettino. Ormai è un Santuario in cui la frequenza dei pellegrini e l’attività religiosa è molto più importante dell’amministrazione dei beni.
Nel sec. XVII la vita del vecchio monastero, che ormai tutti chiamavano ‘convento di San Matteo’, si era radicalmente trasformata. Il convento era conosciuto in tutta la Capitanata, i pellegrini arrivavano numerosi e, con essi, copiose offerte, per lo più in natura. Si pose mano a un vigoroso programma di ristrutturazione dell’edificio. Le greggi del convento crescevano. Nel 1634 il Capitolo Generale dell’Ordine istituì nel convento di San Matteo, e nel suo gemello convento di Stignano, ambedue a San Marco in Lamis, i due noviziati della Provincia monastica. Il convento si popolò di giovani novizi e di fratelli laici i quali giravano tutta la Capitanata per la questua del grano, dell’olio, del vino, ecc.
I contadini della pianura e della montagna portavano l’offerta di agnelli e puledri.
San Matteo fra ’600 e ’700 ridiventò un centro fervente di vita religiosa, conosciuto e stimato, abbondante di beni materiali. L’intera Provincia monastica gravava sul convento di San Matteo per le sue spese ordinarie e straordinarie.
Nel sec. XIX anche il nostro convento fu travolto dalla bufera rivoluzionaria e risorgimentale. Nel 1811, nella generale soppressione degli ordini religiosi, San Matteo fu risparmiato perché offrisse un tetto ai numerosi religiosi cacciati dalle altre case. Reintegrato nella Provincia religiosa con la Restaurazione, incappò dopo qualche decennio nelle leggi eversive che il nuovo governo nazionale aveva varato contro gli ordini religiosi. Nel 1867 il convento fu acquisito dal Comune di San Marco in Lamis.
Quando, il primo gennaio 1902, i Frati tornarono a San Matteo, trovarono dappertutto desolazione: i preziosi mobili antichi inceneriti, la biblioteca e l’archivio spariti, buona parte del convento consegnata a serpi e rovi.
Ancora una volta i Frati posero mano alla ricostruzione ritrovando in pari tempo, intatta, la stima e la collaborazione della gente. I frutti si videro subito. Nello stesso anno il convento fu designato a Studio di Teologia. Nel 1905 fu stipulato col Comune di San Marco in Lamis un contratto di locazione per 29 anni. Nel 1933 si iniziarono le pratiche per la restituzione del convento ai Frati e chiudere definitivamente l’infelice parentesi della soppressione. La pratica si concluse nel 1939 con Decreto Reale. Nel frattempo il convento era cresciuto, aveva ripreso il suo ruolo nell’ambito della Capitanata e in quello, più vasto, della rinnovata Provincia monastica dei Frati Minori di Puglia comprendente i conventi siti nelle province civili di Foggia, Bari e Campobasso. Da allora, come nei secc. XVII e XVIII, restò il primo e più fervido convento della Provincia monastica.
In questi ultimi trent’anni, insieme alla sua naturale vocazione di santuario, il convento ha messo a punto, come risposta adeguata ai tempi nuovi, una sua specifica competenza nel campo della cultura. La sua biblioteca, nata nel 1905 con poco più di 200 volumi, è ora una delle più grandi della provincia di Foggia e certo una delle più importanti della Puglia per quanto riguarda gli studi francescani e pugliesi.

Culto di San Matteo

Il culto di San Matteo sul Gargano è documentato a partire dal sec. XVI. Probabilmente già da qualche tempo era stata portata una reliquia, forse da Salerno: un dente molare che la tradizione dice che appartenesse al Santo. Intorno a questa reliquia si costituì col passar del tempo un forte movimento devozionale tuttora molto vivo.
Il culto popolare di San Matteo qui si colora dei vividi e fantasiosi elementi derivanti dalla cultura agricola e pastorale tipica della Capitanata e del Gargano.
La gente rimane impressionata dalla potenza taumaturgica del Santo che trova adeguata documentazione nelle oltre seicento tavolette votive superstiti, delle migliaia che si sono accumulate nei secoli e che purtroppo sono andate perdute. Il potere taumaturgico si esprime soprattutto nella benedizione con l’olio della lampada che arde dinanzi al sacello del Santo. La benedizione fu usata dapprima sugli uomini morsi da cani rabbiosi, poi anche sulle persone che avevano subito offesa dagli animali domestici e, infine, sugli stessi animali domestici posti sotto la speciale protezione del Santo.
Così San Matteo, Apostolo ed Evangelista, divenne protettore dei contadini e dei pastori, delle pecore, dei buoi e degli attrezzi agricoli ma soprattutto dei cavalli. Tutte le stalle della zona hanno tuttora l’immagine del santo alta sulle mangiatoie.
Era frequente, fino al 1965 circa, il feudale omaggio dei contadini che offrivano le primizie dei raccolti, il primo agnello del gregge, il primo maialetto e perfino il primo puledro. Molti contadini usavano dare il nome di Matteo ai puledri. Al Santo era intitolata la grande fiera del bestiame che si teneva il 21 settembre, giorno della sua festa.
L’area di diffusione del culto di San Matteo nella Capitanata è riconoscibile anche attraverso le molte chiese intitolate al santo, come pure attraverso le molte edicole erette nei vicoli e nelle piazze. La fortuna di San Matteo nelle grandi città agricole della Capitanata trae origine da questo patrocinio.

Cenni sulla vita di San Matteo Apostolo ed Evangelista

S. Matteo, originariamente Levi, figlio di Alfeo, è l’autore del primo vangelo e uno degli apostoli che Gesù chiamò al suo seguito.
Poche le notizie storiche su di lui. Sappiamo che era giudeo di nascita, gabelliere a Cafarnao. Quando Gesù gli disse di seguirlo, stava seduto al banco delle gabelle sulle rive del lago, come egli stesso narra (Mt. 9, 9): Gesù vide un uomo, di nome Matteo, seduto al banco delle gabelle, e gli disse: Seguimi. E quegli alzatosi lo seguì. L’episodio trova conferma nei vangeli di Marco (II, 14) e Luca (V, 27).
Matteo seguì da vicino Gesù negli ultimi anni della sua vita mortale: assistette a molti prodigi operati dal Salvatore Divino, prese parte con gli altri apostoli all’Ultima Cena, accompagnò Gesù nell’Orto degli Ulivi, fu testimone della sua risurrezione e ricevette con gli altri apostoli la missione di predicare il vangelo in tutto il mondo.
Secondo l’antichissima tradizione riportata da Eusebio di Cesarea, Rufino, S. Eucherio e altri, Matteo, dopo l’Ascensione di Gesù al ciclo, si trattenne per alcuni anni ancora in Palestina, evangelizzando i suoi connazionali ed edificandoli con l’es-empio di una vita austera. Lasciò poi la Terra Santa per andare ad evangelizzare altri popoli; alcune tradizioni parlano di Etiopi, di Persiani, di Parti.
Non si sa come Matteo sia morto. Secondo alcune tradizioni sarebbe stato ucciso in Etiopia durante una celebrazione eucaristica ad opera del re Hirtaco. Molti studiosi, sulla scorta di differenti tradizioni, escludono che Matteo sia morto di morte violenta. Le sue spoglie, dopo trecento anni, furono trasportate in Bretagna e di qui, secondo la tradizione, per desiderio dello stesso San Matteo, furono traslate a Salerno nel 1080 e riposte nella sontuosissima Cattedrale a lui dedicata.
La Chiesa Latina lo festeggia il 21 settembre; la Bizantina il 16 Novembre; la Copta il 9 ottobre.
Erano passati una dozzina di anni dalla morte di Gesù quando Matteo, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, scrisse quello che di Cristo aveva visto e udito, il che colloca l’elaborazione del vangelo intorno al 42 d.C.
Per la sua antica professione, Matteo era uno dei pochi che sapessero scrivere nella sua lingua nativa, cioè in aramaico, che era la lingua volgare degli Ebrei in quel tempo. Scrisse nella lingua degli Ebrei e per gli Ebrei, cominciando con la genealogia di Gesù, per dimostrare come il Messia fosse nato dal ceppo di Àbramo e, citando continuamente i Profeti, per far vedere agli Ebrei come si fossero compiute tutte le promesse fatte dal Signore al suo popolo.
La Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, un compendio medievale della vita dei Santi, riporta: “Nel beato Matteo sono in particolare modo da esaltare quattro qualità: la prima è la velocità nell’obbedire poiché appena Cristo lo chiamò lasciò il suo posto per dedicarsi completamente a lui; la seconda virtù è la liberalità perché sappiamo come Matteo preparasse subito per Cristo un gran banchetto; la terza virtù è l’umiltà; la quarta qualità del beato Matteo è l’importanza attribuita dalla Chiesa al suo vangelo.”
L’Ordine dei Frati Minori nacque il 16 Aprile 1209 con un atto di fede del papa Innocenze III (1160-1217). Già nel 1217 furono istituite le prime undici province. Fra le cinque italiane vi era anche la Provincia Apuliae ricca di molti conventi fra cui alcuni fondati, secondo pie leggende locali, dallo stesso Francesco durante i suoi passaggi attraverso la Puglia.
Nel 1223 l’Ordine dei Frati Minori ebbe finalmente la piena approvazione con Bolla di papa Onorio III.
L’Ordine si diffuse per tutta l’Europa e mostrò di possede­re una non comune vitalità spiegandosi in grandi aperture religiose e civili. I Frati furono missionari e viaggiatori, pacificatori, contadini, professori di Università, mendicanti, architetti.
Nel 1239 fu creata la Provincia Sanctii Angeli comprendente i conventi siti nel territorio della Capitanata, del Molise e dell’Abruzzo meridionale. Fin dall’inizio, l’Ordine dei Frati Minori fu caratterizzato da grande dinamismo interno: la preoccupazione di essere presenti al proprio tempo si è sempre incrociata, nei Frati, con l’esigenza di fedeltà agli ideali di S. Francesco: povertà, minorità, servizio. La storia dell’Ordine è scandita da azioni rinnovatrici, sia dal punto di vista legislativo che di costume.
Nel 1368 fra Paoluccio da Trinci iniziò il movimento dell’Osservanza. I Frati Osservanti si caratterizzavano per una più completa adesione allo spirito e alla lettera della Regola e del Testamento di San Francesco. Ben presto, sotto la guida di grandi Santi e Umanisti come S. Bernardino da Siena, S. Giovanni da Capistrano e il Beato Alberto da Sarteano, i Frati Osservanti si propagarono in tutta Europa. Gli Osservanti vissero per qualche tempo in rapporti non facili con i Frati Conventuali i quali avevano accettato dai papi alcune mitigazioni alla Regola di S. Francesco. Nel 1517 il papa Leone X divise anche giuridicamente gli Osservanti dai Conventuali.
Nella Capitanata e nel Molise l’Osservanza si diffuse fin dal 1407 con la fondazione del convento del SS. Salvatore a Lucera. Verso la metà del sec. XV i Frati Osservanti della Capitanata e del Molise già godevano di una certa autonomia; nel 1517 divennero provincia autonoma con una trentina di conventi retti da uomini dotti e pii come Giovanni da Stroncone, Tommaso da Firenze, Nicolo da Osimo.
I Frati Osservanti della Provincia di S. Angelo erano stimati in tutto l’Ordine, vivevano in posti ritirati, pregavano, lavoravano coi contadini, tessevano la lana, rilegavano libri. Nel 1528, per opera di fra Matteo da Bascio, dagli Osservanti si staccarono i Cappuccini, dediti per lo più alla vita eremitica e contemplativa. Ebbero grande favore popolare e si diffusero anche nelle nostre regioni con numerosi conventi tra cui quello di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni Rotondo, reso particolarmente famoso, negli ultimi tempi, dalla presenza del Servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina. I Cappuccini ebbero presto completa autonomia e si staccarono anche giuridicamente dagli Osservanti.
Nel 1532 fra Francesco lesi e fra Bernardino da Asti diedero origine ai Riformati i quali furono presenti nelle nostre zone con i conventi di Ascoli Satriano (1623), Sannicandro Garganico (1634) e Cagnano Varano. Nello stesso periodo ebbero origine in Francia i Recolletti e in Spagna i Discalceati (Scalzi) chiamati anche Alcantarini da S. Pietro di Alcantara. Gli Alcantarini ebbero i conventi di S. Pasquale in Foggia (1709), l’Incoronata a Castelnuovo Dauno, S. Maria della Vetrana a Castellana Grotte (1700), la Madonna del Pozzo a Capurso.
Osservanti, Riformati, Recolletti e Alcantarini obbedivano allo stesso Ministro Generale. Solo nel 1897 papa Leone XIII (1810-1903) abolì la divisione esistente fra i quattro rami dell’Ordine e li riunì in una sola grande famiglia.
La “Provincia Sanctii Michaelìs Arcangeli” rinacque nel 1899 dall’unione delle varie famiglie francescane comprese nelle province civili di Bari, Foggia, Campobasso. Attualmente è composta dai seguenti conventi: San Pasquale, Gesù e Maria, Sant’Antonio a Foggia; Santa Maria Vetere ad Andria; San Potito ad Ascoli Satriano; Sant’Antonio a Bari; Sant’Antonio a Biccari; Beato Giacomo a Bitetto; San Leone a Bitonto; San Giovanni dei Gelsi e Sant’Antonio a Campobasso; Madonna della Vetrana a Castellana Grotte; Santa Maria Maddalena a Castelnuovo Dauno; Santa Maria delle Grazie a lelsi; Maria SS. della Pietà a Lucera; Santa Maria delle Grazie a Manfredonia; Santa Maria dei Martiri a Molfetta; San Matteo e Santa Maria di Stignano a San Marco in Lamis; Santa Maria delle Grazie a Sannicandro Garganico; San Bernardino a San Severo; SS. Trinità a Sepino; Santa Maria di Loreto a Toro; Sacro Cuore a Torremaggiore; Santa Maria di San Luca a Valenzano.

Galleria Foto

Dowmload pdf:

Descrizione del Convento San Matteo

Descrizione della Chiesa di San Matteo

Il convento di San Matteo all’inizio del secolo XX

  • Add to favorites
  • email
  • RSS
  • Facebook
  • Twitter
  • FriendFeed
  • Google Bookmarks
  • Google Buzz
  • del.icio.us
  • Digg
  • Yahoo! Buzz
  • Live
  • MySpace
  • Segnalo
  • MSN Reporter
  • Reddit
  • Wikio IT
  • Technorati
  • BlinkList
  • blogmarks
  • Diigo
  • DotNetKicks
  • LinkedIn
  • Netvibes
  • BarraPunto
  • Blogosphere

Altri articoli correlati:

  1. Monte Sant’Angelo, presentazione “Ai confini del Reame” di Matteo Rivino
  2. San Giovanni Rotondo, tentano di rubare urna d’oro con reliquie di Padre Pio
  3. Aiutiamo il piccolo Matteo, figlio di rignanesi fuori sede
  4. Santuario San Pio, Tempio per l’iniziazione
  5. A Pietrelcina osso S. Pio che si staccò durante riesumazione
  6. Trasferita durante la notte l’urna con le reliquie di Padre Pio
  7. Oggi parliamo di: Il Monachesimo in Capitanata
  8. Trasferimento corpo San Pio: tutto avverrà il 19 aprile
  9. Oggi parliamo di: Santuario Madonna SS. di Stignano
  10. Personaggi: Matteo Salvatore

Lascia un commento

Commenta l'articolo